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Outtake #43

©sferrando_43

In riferimento alla presunta contrapposizione tra attività artistica e attività scientifica,
K. Popper contrappone la sua “teoria del riflettore” alla “teoria del cubo”, proponendo così una possibile riconciliazione tre due forme opposte di intendere la conoscenza umana, schematizzandole con chiarezza. Secondo la “teoria del cubo” la nostra mente è un contenitore in cui si accumulano le esperienze che costituiscono il materiale grezzo della conoscenza e dalle quali essa è estrapolabile mediante procedimenti di generalizzazione, associazione o classificazione delle esperienze stesse. La “teoria del riflettore” invece sostituisce la nozione di percezione con quella di osservazione, intesa come azione selettiva della mente: “una osservazione è una percezione pianificata e preparata”. Ecco che, secondo questa teoria, “ogni osservazione presuppone quindi l’esistenza di un’ipotesi che guidi la nostra attività mentale e conferisca significato alle nostre osservazioni”. E sono proprio le ipotesi di partenza che ci consentono di sapere dove orientare la nostra attenzione e a che tipo di osservazioni dobbiamo interessarci. “Sostituendo l’esperienza passiva di un’accumulazione di percezioni con l’esperienza attiva di osservazioni guidate da un’ipotesi teorica, Popper sottolinea l’importanza decisiva dell’immaginazione critica nel lavoro di ricerca scientifica”: con queste parole C. M. Arìs (1) conclude l’analisi del pensiero di Popper che ho riportato nelle righe precendenti.
Tutto questo ragionamento può essere una buona chiave per dare una lettura critica al lavoro del fotografo. Se è vero che “l’arte è vista come qualcosa che riguarda solo il sensibile, e quindi impermeabile alla ragione ed estraneo a ogni processo logico” e che “la scienza viene intesa quale mera accumulazione e ordinamento di esperienze estranee al campo dell’immaginazione”, la teoria del riflettore getta un ponte tra le due discipline in quanto “ogni formulazione scientifica costituisce un atto creativo” ma allo stesso tempo “anche l’artista parte da un’interpretazione della realtà – il che equivale a formulare un’ipotesi, una congettura teorica – collocando gli oggetti della sua analisi sotto il riflettore della sua interpretazione”. In questo modo gli elementi vengono organizzati e concepiti secondo “una struttura intellegibile, prodotto dell’azione della mente umana sulla realtà”.
Mi si potrebbe chiedere se ogni volta che scatto una foto mi porto dietro, oltre allo zaino e al treppiede, anche il fardello di queste basi teoriche. Si e no, è la salomonica risposta. Tutto questo è la mia bussola, la mappa che uso per orientare il mio lavoro e per cercare di dargli delle fondamenta solide. E’ una struttura di riferimenti necessaria per capire dove e come posare lo sguardo in fase di studio, per organizzare e ordinare il materiale una volta prodotto. Quando scatto uso meno il cervello e più la “pancia”.

(1) C. M. Arìs, Le variazioni dell’identità. Il tipo in architettura

ps: il Natale è alle porte e colgo l’occasione per augurare buone feste a tutti i lettori.
Si riprenderà a gennaio, alla faccia dei Maya.

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Questa voce è stata pubblicata il dicembre 19, 2012 alle 14:52. È archiviata in fotografia con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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